Le ragioni della mia critica a NAZA
Inizialmente, la settimana scorsa avevo letto, a proposito del controverso documentario NAZA, che sarebbe stato disponibile per la proiezione nelle nostre sale cinematografiche solamente per (senza particolari sorprese) 3 giorni. Successivamente, controllando a più riprese i siti di programmazione dei cinema più vicini, ho potuto constatare che sarebbe stato in realtà riproposto, e proprio per questo ho approfittato giusto ieri sera per andarlo a vedere - conscio che, ovviamente (ma a quanto pare, non per tutti così ovvio), non si sarebbe trattato di una visione semplice e leggera, bensì qualcosa che, personalmente, ho atteso percependo un enorme groppo alla gola, un macigno dentro, quello di chi si appresta a passare un’ora e mezza di amarezza, rabbia, la tristezza di chi non si capacita di come una tale efferatezza e spregiudicatezza, allo scopo di cancellare dalla Terra un popolo intero, e sotto gli occhi annoiati e distratti di enormi settori della popolazione mondiale, sia ancora possibile.
Moni Ovadia, conosciuto artista italiano e attivista anti-sionista di origine bulgara e ascendenza ebraico-sefardita, ha curato la toccante introduzione al cine-documentario: parole della stessa forza e passione - per la lotta in appoggio alla causa del martoriato popolo palestinese - che avevo già percepito nell’ascoltarlo a Roma, durante una manifestazione passata.
Ma prima, un passo indietro: dimenticavo di riportare la mia interna supplica affinché si potesse manifestare del buon senso, quello che mi faceva sperare, nell’occasione, che i dipendenti del cinema lasciassero perdere l’usuale insistenza nel proporre - data la gravità del tema relativo alla proiezione - patatine e popcorn, magari anche barrette di cereali per € 1 in più e altre nefandezze del tipo… Fortunatamente è andata bene - in maniera sommessa, alla richiesta del biglietto per la proiezione di NAZA in sala 4, la dipendente si è limitata a chiedere solo se ero a posto così: grazie.
Il senso d’inquietudine però non mi abbandonava: non era il caffè preso a più riprese durante il giorno, era qualcosa che non riuscivo a trattenere, un batticuore continuo legato all’agitazione di qualcosa che sentivo sbagliato, in tutto questo e quello che sarebbe venuto fuori, di lì a poco tempo. Infatti, la conferma non avrebbe tardato ad arrivare: un’altra speranza che mi ponevo, in silenzio, era che non si sarebbe manifestato il cattivo gusto (a dire poco) della carrellata di pubblicità, prima del documentario - un rischio “etico” molto più alienante di quanto sembri, e per un semplice motivo: dopo il toccante discorso a presentazione di Moni Ovadia, la sala ha dovuto sorbirsi buoni 20 minuti di consigli per gli acquisti, ma la cosa mostruosa è che - come invece avrei voluto scongiurare - credo che esista almeno il dubbio che una parte di questi fossero legati, a vari livelli, all’industria e al commercio dell’entità israeliana: ennesimo cortocircuito etico e morale, giusto per non far decadere l’abitudine. Non so quanti, in sala, hanno potuto percepire davvero l’aberrazione, di tutto ciò… Ma, ricordando il sentire dei riconoscibilissimi rumori di lattine di bibite aperte e sgranocchiare di patatine, credo che non sia così scontata l’attitudine con la quale si affrontano determinati temi, magari proprio da parte di quelle sezioni che si definiscono più impegnate… Ma andiamo avanti.
Lascio la sala dopo 30 minuti di proiezione.
Sì: proprio così. Ma aggiungo: avevo maturato la scelta e la determinatezza nel volerlo fare già dopo il primo quarto d’ora di proiezione, al massimo.
NAZA, a dispetto della soddisfazione di molti, la celebrazione di altri, etc. cela in realtà molto più di quello che vuole far apparire - oppure, da un certo punto di vista, rappresenta molto meno di quello che - in teoria - si pone la missione di essere.
“Il diavolo si nasconde nei dettagli”, potremmo a ragione affermare.
NAZA - che, per inciso, rappresenta la fredda e pragmatica (potremmo azzardarci e dire industriale, ma questa accezione potrebbe far risuonare alla mente storica di taluni più di una moralmente pericolosa campanella relativa al passato, vero?) terminologia con la quale si indicano, in ambito militare IDF, le perdite collaterali - rappresenta un preciso piano, per quanto mi riguarda. Vero, le testimonianze delle persone intervistate al buio, con voce distorta per non farli riconoscere dalle autorità israeliane e scongiurare loro sanzione e arresto per whistleblowing certamente fanno emergere dettagli raccapriccianti, anche se difficilmente possono rappresentare una grande e totale sorpresa, date le grandi quantità di video, foto, riprese anche in real-time (facilmente reperibili) di quello che viene perpetrato, con ancora più micidiale impegno e impunità, dall’entità israeliana, forte d’inarrestabile appoggio economico e militare da parte degli USA e dei loro profondi gangli a livello internazionale, allo scopo di legittimazione (sempre più ardua per loro questa improbabile ricerca) della solita, stanca retorica a proposito di bene VS male, e altre patetiche argomentazioni intrise di traballante millenarismo e fulgido suprematismo di carattere etnico.
Dimenticavo: patetico vittimismo, dato che la narrazione aggredito-aggressore va tanto per la maggiore, di questi tempi: e non importa se il lupo vestito da agnello… - pardon - chi si definisce vittima aggredisce però in maniera preventiva, per la loro personalissima percezione di pericolo - dopotutto loro sono i buoni, i possessori del primato di sofferenza, e mai che questo trono possa essere affidato ad altri! E sono sempre dalla parte della ragione!
I dettagli, dicevo: prima di tutto, a pensarci adesso, non vi è alcuna misura di sicurezza reale per mettere al sicuro le gole profonde, esponenti o ex-membri delle forze armate israeliane e dei servizi di intelligence che, ritrovando un qualche (improbabile, per me, che si realmente di questa natura) slancio di coscienza, si sono decisi a spifferare almeno una parte delle dinamiche e meccaniche interne ai salotti militari IDF, come la ricerca deliberata del maggior numero di NAZA - danni collaterali - nel bersagliare quelli che, a detta dei loro “infallibili” software (a base d’Intelligenza Artificiale) d’identificazione, individuazione e tracciamento degli obiettivi nel teatro operativo - Gaza e territori occupati - sarebbero esponenti di vario grado appartenenti a Hamas (che non è comunque l’unico gruppo di resistenza presente nella Palestina occupata, ma certamente rappresenta quello più conosciuto e preparato). I militari vengono ripresi di profilo, e non sono neanche tanto nascosti nel buio della sera di Tel-Aviv, dato che a tratti se ne riconoscono anche i tratti: a ogni modo non dovrebbe rappresentare certo questa enorme difficoltà, per l’avanguardia tecno-sorvegliante e panottica israeliana risalire alla fonte di queste informazioni e sensibili dettagli operativi - era già stato messo in conto?
Anche qui, la legittima domanda: siamo realmente così certi che, al costo di far trapelare una specifica parte delle informazioni di un certo tenore, definite sensibili, non si voglia invece tentare di deviare l’attenzione e il centro del tema piegandolo magari sul fantomatico senso di riscatto morale di chi ha partecipato, giorno dopo giorno e per anni (decenni) all’imponente e colossale (genocida) macchina di mattanza e sorveglianza israeliana ai danni del popolo palestinese (e non solo), derubricato quasi a semplice laboratorio di test per la propria industria bellica, con tanto di bollino di certificazione sui sistemi d’arma, per poi rivendere gli stessi ai propri clienti internazionali? Il documentario procede poi con, guarda il caso, il far notare che mentre si stava andando avanti con l’intervista del momento, nel cielo si può notare quello che viene definito missile proveniente dai settori di Hamas - in realtà sarebbe più un razzo (senza sminuire l’attacco), dato che certo i poveri mezzi del gruppo di resistenza, abituato ad agire in clandestinità, non prevedono naturalmente questo grande apparato balistico ordinario. Quindi: suonano le sirene di avvertimento su tutta Tel-Aviv, si cerca di trasmettere - funzionalmente - lo stato d’animo delle persone che vivono in quegli enormi e moderni palazzi che fanno da cornice alle riprese, cogliendo anche in questo il tentativo di voler portare lo spettatore in quel momento e luogo, a provare empatia per chi, unilateralmente, stava parlando e vivendo sotto il razzo che compieva la traiettoria nel cielo. Tra l’altro, che fine ha fatto l’aureo e infallibile sistema di contraerea Iron Dome, una volta nominato ad-nauseam da tutti? Perché in questo frangente del video, non ve ne è traccia, per dire.
Oltre a questi aspetti, potremmo dire, ben studiati del montaggio del documentario, ne emergono presto altri - perlomeno, sono quelli che ho colto, prima di abbandonare irritato e deluso la sala. Le varie affermazioni, da parte soprattutto di uno dei pregevoli “pentiti”, di tirarsi “fuori” dalle reali responsabilità dei massacri d’inermi civili palestinesi, in quanto mero ingranaggio dell’apparato di sorveglianza: dopotutto, lui afferma solo di occuparsi del software dietro l’estenuante individuazione di obiettivi da colpire e bombardare, meglio se includendo tutto il corredo di parenti - donne, bambini, anziani, magari (come più volte si confessa, tranquillamente) persone del tutto estranee al conflitto - a confermare la videogamificazione del processo di sterminio e assassinio in atto, che richiama alla mia memoria la medesima attitudine nelle operazioni tramite droni, manovrandoli dall’altra parte del globo (toccante, su questo tema, l’opera di sensibilizzazione e whistleblowing di un ex-militare USA, addetto proprio all’impiego di droni nelle missioni di sorveglianza e sicariato: Brandon Bryant). Ed ecco un altro cortocircuito: il boia, l’assassino, “condannato” a vedere e sentire tutto degli ultimi istanti di esistenza dell’obiettivo designato, entrando in contatto con esso, prima del fatale via libera alla neutralizzazione - scene di vita quotidiana, il ritorno a casa dalla famiglia, il giocare con i propri figli, etc. Senza tralasciare tutta la lunga gestazione temporale, che spesso comporta pedinamento digitale per lunghi mesi, allo scopo di annotare tutti gli spostamenti e le abitudini dell’obiettivo, confermando con il più alto tasso di probabilità che quella da radere al suolo sia propria la sua residenza, e non quella di altri. Anche qui: poco conta che si polverizzi un condominio intero, se la probabilità di colpire chi si sta braccando è sufficientemente alta.
Bisognerebbe ricordare a chi parla, a onor di coerenza, che durante la grottesca trafila mediatica chiamata Processo di Norimberga, a ben pochi condannati poi all’esecuzione è servito nascondersi dietro la retorica del “stavo solo eseguendo gli ordini” o “ho solo progettato la maniera per farlo”, etc. - ironico, se non fosse così drammaticamente tragico.
Viene anche fatto notare - pubblicizzato - quanto, sempre a scopo di sorveglianza, il “benevolo” apparato tecnologico israeliano, decenni fa, si sia impegnato a progettare e donare tutta l’infrastruttura telefonica ai residenti della Striscia di Gaza, con tanto quindi di avanzati sistemi di centralino, routing dei numeri telefonici, etc. Se da un lato viene espressamente affermato che questa scelta sia stata effettuata allo scopo di tracciarne gli scambi più facilmente e contribuire all’ingigantimento dell’enorme pool di dati raccolti nei territori occupati, francamente ho percepito, ancora una volta, il tentativo di mostrare anche quanto avanzati e “necessari” siano, in quelle terre: “apportatori di straordinaria innovazione” in grado di rendere quel posto un “luogo migliore”.
Infine, giungendo alla parte “migliore” di quanto - ne sono sempre più sicuro - realmente celato al di sotto del documentario, quel seminare determinate narrazioni, più sottotraccia e in modo più sottile, mentre allo stesso tempo se ne fa “denuncia” o si parla di altri tragici aspetti che per quanto agghiaccianti risultavano già palesi nell’opera di sistematica pulizia genocidiaria ancora in atto, arriviamo alla “squisita” parte dove un soggetto, tra i vari intervistati, afferma chiaramente e in maniera totalmente menzognera - sì, menzognera per quanto reiteratamente e spregiudicatamente visto tante, troppe volte, magari tra un selfie dei soldati stessi nei luoghi dei massacri più sanguinolenti e i loro video filmati con smartphone durante le demolizioni di quelle che una volta erano abitazioni con persone dentro (magari ancora dentro), scene di tiro al bersaglio contro vecchi, donne e bambini - anzi, meglio se bambini, dediche autografe sulle bombe da sganciare, scritte di proprio pugno dal premier israeliano, sistematici stupri e violenze inaudite nelle carceri, questi perpetrati ai danni di chiunque, come collaudata macchina repressiva e di deterrenza, continui assassinii di giornalisti e volontari, come anche di personale medico sanitario, etc. - che lui, come tutta la sua divisione - definita “di élite”, non odiano gli arabi: quasi con il tono di chi si sente dire per la prima volta un’oggettiva assurdità.
La proverbiale goccia che fa traboccare (di bile) il vaso - per me questo è stato davvero troppo, e già mi pregusto - al negativo - quanto ebete entusiasmo produrrà in grandi segmenti della popolazione che segue la causa palestinese questo “onesto” cine-documentario, che passando da un cliché a un altro - il 7 ottobre “scappato” fuori dal nulla proprio ai danni del più “avanzato” e moderno apparato di sorveglianza militare al mondo, evitando però di parlare dei continui avvertimenti dell’intelligence (anche straniera) al capo di governo, la povera e comune (proprio come la nostra!) popolazione israeliana che pacificamente vuole solo vivere la propria vita, magari zoomando con la telecamera sulla giovane mamma stanca sul divano, con tanto di cesta dei panni lavati accanto, oppure la ripresa del cittadino preoccupato mentre guarda sul 70 pollici in sala il telegiornale nazionale, con esponenti del governo che promettono totale devastazione dal cielo, certamente non esistendo innocenti - funzionalmente evita di parlare, ancora una volta, per l’ennesima volta, delle proprie responsabilità in tutto questo, al contempo instillando il germe di determinate informazioni non solo fuorvianti - “non odiano le popolazioni arabe” (non che, ad esempio, alle altre vogliano particolarmente bene: provate a farvi un giro, da Cristiani, in quel di Gerusalemme e preparatevi a una pioggia di sputi - come se non bastassero tutti gli sfregi quando non le vere e proprie cannonate ai danni degli altri edifici di culto) - ma totalmente false e non certo avvalorate dalla loro postura di sempre.