La mattina del 2 marzo 2026, nel terzo giorno della pesante offensiva aerea e missilistica di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, il presidente americano Donald Trump ha dato a intendere che il conflitto sarà piuttosto lungo, forse più di un mese: “Il conflitto durerà anche quattro o cinque settimane. Non sarà difficile mantenere l’intensità dell’offensiva, abbiamo enormi quantità di munizioni immagazzinate in tutto il mondo in diversi paesi. Ma potrebbe costare in termini di vite umane”. L’evocare almeno un mese, e oltre, di intense operazioni richiamandosi al ricorso a munizioni di arsenali americani in altri scacchieri, non sembra un’affermazione appropriata da parte del “comandante in capo”, dato che potrebbe far balenare ad altri potenziali nemici l’idea di un parallelo indebolimento dei dispositivi militari USA in altre parti del mondo per alimentare un travaso di forze in Medio Oriente, in barba alla tradizionale dottrina del Pentagono di assicurarsi, in caso d’emergenza, la capacità di far fronte ad almeno due grandi guerre in distinte regioni del globo. Per non parlare, ovviamente, dell’effetto di incertezza che aperti pronostici di un conflitto lungo gettano come un’ombra sui mercati mondiali. L’uomo della Casa Bianca ha poi asserito, a proposito dell’uccisione della Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Alì Khamenei, nelle prime ore dell’attacco: “L’ho preso prima che lui prendesse me. Ci hanno provato due volte. Beh, l’ho preso prima io”. Si riferiva a passati complotti per assassinare il presidente statunitense attribuiti all’intelligence di Teheran. Trump ha poi ancora evocato l’obbiettivo di un cambio di regime fra le motivazioni del conflitto, malamente alternato, in modo contraddittorio, con appelli alla...Read more

