Non posso che compiacermi del nuovo incarico in veste di Honorary Professor che Luigi Di Maio assumerà presso l’esclusivissimo King’s College di Londra, una delle più antiche e rinomate accademie a livello internazionale: il Nostro, come afferma egli stesso dai suoi canali social, adempierà l’incarico “con l’obiettivo di contribuire al dialogo sulla sicurezza internazionale, le relazioni Europa-Golfo e le dinamiche geopolitiche“. L’ex pentastellato, del resto, proviene già da un incarico di tutto prestigio, quale Rappresentante speciale dell’Unione Europea per il Golfo Persico, su segnalazione dell’allora responsabile europeo per la politica estera Josep Borrell, che lo aveva identificato senza alcun indugio come il “candidato più adatto” per farsi portavoce dell’Europa-nazione nella polveriera mediorientale. Capisco i dubbi e le eventuali perplessità sulle capacità di Di Maio di ricoprire tutti questi ruoli (considerando anche la sua poca pratica dell’inglese, cosa che per certi versi potrebbe fargli onore), ma il fatto che la notizia abbia fatto schiumare, da destra a sinistra, la gente che piace alla gente che piace, non è da sottovalutare. Da una parte, infatti, ci sono i “meritocratici” che credono che il “merito” sia calcolabile in base a parametri modellati fondamentalmente sulle loro -presunte- capacità: si tratta di misticismo politico, la pretesa che qualche forza misteriosa (gli algoritmi, i titoli di studio, il vril, il mercato, o appunto, il “merito”) , possa garantire all’adepto che venera l’idolo di turno di ascendere a sancta sanctorum il cui accesso viene invece regolato da tutt’altre dinamiche. Provvidenzialismo laico per falliti rancorosi, insomma. Dall’altra, i fanatici della tecnocrazia, che vorrebbero rimpiazzare il concetto di “rappresentanza” con altre pietre filosofali anti-democratiche alle quali però non possono nemmeno accennare in quanto incapaci di imporre un pensiero francamente elitista, dato che sarebbe troppo “politicamente scorretto” nella prospettiva di una posticcia “neutralità”. Infine, ci sono gli elitisti veri e propri, che magari sono riusciti persino a ritagliarsi uno spazio in qualche parrocchietta e ora sono sconcertati dal fatto che il meccanismo di cooptazione si sia inceppato nel momento in cui si è deciso di tentare una fittizia “democratizzazione” dello stesso (rimpiangendo magari i cari vecchi metodi à la Society di Yuzna?): dunque ora si trovano costretti a pagare un master al King’s College da centinaia di migliaia di shekel tenuto da un ex-bibitaro. Se non siamo al Patriots in control, poco ci manca.
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[Mister Totalitarismo] Onore a Luigi Di Maio, Cavaliere templare dell’antielitismo: “Aprirò il King’s College come una s
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