Il potenziale scenario da blackout digitale nell'attacco ai cavi sottomarini del Golfo

Posted on May 2, 2026

In data 22 Aprile 2026 l’agenzia di stampa Tasnim - legata al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC o “Pasdaran”) - ha pubblicato un dettagliato report sulla mappatura dei cavi sottomarini in fibra ottica, presenti nei fondali del Golfo Persico, e attraverso i quali passa il 15% del traffico dati digitali a livello mondiale: una piattaforma vitale per le petromonarchie del Golfo, che in questi anni hanno investito soldoni nello sforzo di diversificare la propria economia tentando di ergersi come hub digitale traffico dati e infrastruttura IA, oltre a essere snodo vitale per il settore energetico (ricordiamo che attraverso lo Stretto di Hormuz - principale collo di bottiglia energetico globale - transita normalmente circa il 20% del petrolio mondiale e oltre un quarto delle esportazioni globali di gas naturale liquefatto).

Ovviamente questa mossa è da leggersi in funzione di deterrente se gli USA e Israele dovessero riprendere in mano le armi e riprendere le ostilità, che in questo momento - in maniera assurdamente unilaterale e di comodo (mentre riprendono fiato e accumulano ingenti assets militari nella zona) - sono state sospese da quella scheggia impazzita di Trump. Purtroppo, dubito che si possano accumulare così tante risorse militari nei pressi dell’Iran senza un reale futuro impiego delle stesse (siamo arrivati a qualcosa come 3 portaerei e relativi Strike Groups", senza contare tutto il personale di terra, marines, mezzi aerei, etc. - insomma, un preludio a qualcosa di grosso).

Il think-tank Al Habtoor Research Centre, nel mese di Aprile 2026, ha rilasciato una relazione sulle conseguenze dell’ipotetico scenario di attacco contro i cavi in fibra ottica sottomarini, inquadrando una grande vulnerabilità nell’instradamento della maggior parte dei cavi, essendo questi posati in un corridoio molto ristretto: un singolo incidente (ancora trascinata o sabotaggio) può interrompere simultaneamente più sistemi. In più, le acque del Golfo Persico hanno una profondità media di soli 50 metri, privando i cavi della protezione naturale degli oceani profondi e rendendoli esposti a mezzi convenzionali, droni subacquei o squadre di sabotatori.

Interessante la sezione che riporta i potenziali dispositivi in dotazione all’Iran per poter compiere un attacco di questo genere, in totale coerenza con il magnifico principio della guerra asimmetrica: si parla di operazioni con i sommozzatori (le Forze Speciali dei Pasdaran), l’impiego di veicoli UUV subacquei senza equipaggio (“unmanned”), addirittura munizionamento “loitering” (circuitante) in attesa di bersaglio e mini-sottomarini tattici classe “Ghadir”.

L’analisi procede con il teorizzare 4 scenari che potrebbero portare l’Iran a prendere di mira queste importanti infrastrutture subacquee: l’invasione di terra da parte americana, attacchi di vasta portata alle strutture energetiche iraniane, l’attivazione di movimenti separatisti all’interno dei confini (come le milizie curde) da parte di USA e Israele e l’impiego di armi nucleari anche tattiche. In caso di ritorsione iraniana su questo delicato target, lo scenario porterebbe a un blackout digitale nella zona del conflitto, con l’insorgere di diverse problematiche anche in Europa e Asia: l’analisi dimostra che colpire deliberatamente i cavi nello Stretto di Hormuz non sarebbe un atto di disturbo locale, ma un attacco sistemico capace di innescare: una crisi finanziaria per blocco dei regolamenti e fuga di capitali, una crisi energetica per paralisi dei sistemi di controllo della produzione e del transito, una crisi logistica per il collasso della navigazione digitale e delle dogane, un vuoto di sicurezza informativa sfruttabile per operazioni ibride.