Coinvolgimento britannico nella WWII: il metro "morale"

Posted on Apr 12, 2026

Durante la lettura (ancora da ultimare), del libro in edizione aggiornata “Il Caso Rudolf Hess”, di Picknett,Prince e Prior, emergono già diversi aspetti interessanti e davvero poco noti, che meritano di essere salvati e messi da parte - questi all’interno, ovviamente, del topic principale dell’opera che appunto è l’ancora discusso caso del volo in solitaria di Hess effettuato nel 1941, che ha visto il vice del Fuhrer recarsi in Scozia con il fine di prendere contatto con il duca di Hamilton, rappresentante all’epoca di quei “salotti che contano” che non vedevano di buon occhio la guerra contro la Germania nazista, per negoziare una pace separata con la quale tenere salva la schiena e dedicarsi al vero nemico a oriente: l’Unione Sovietica.

Già il magnifico Galli nel suo Hitler e il Nazismo Magico, letto con grande interesse l’anno scorso, aveva descritto il ponte che in realtà avrebbe connesso determinati settori della società e della politica inglesi con la Germania d’inizio secolo e dell’ascesa di Hitler poi. L’argomento è personalmente di grande fascino (ovviamente scrive anche del misterioso e dibattuto volo), e richiederebbe molto da scrivere qui - perciò preferisco rimandare a questo libro, il cui autore è stato il massimo studioso dei legami tra storia ufficiale ed esoterismo. In futuro, non appena il tempo me lo permetterà, metterò comunque per scritto su questa piattaforma le mie annotazioni prese proprio durante quella specifica lettura.

Qui mi limiterò intanto a qualche spunto, su quella che è stata definita - a ragione - “l’improponibile domanda”: era davvero necessario per l’Inghilterra entrare in guerra contro la Germania di Hitler?

Dopo tutti questi anni e l’immane bibliografia sul tema, oggettivamente sorge più di un dubbio, a partire dalle motivazioni che ufficialmente sono state adoperate per legittimare il coinvolgimento: “la difesa della sovranità polacca”, in quanto la Polonia versava in una situazione di occupazione, e il principio di cui sopra è proprio quello che vieta la presa di un territorio di una nazione da parte di un’altra, tramite uso della forza.

Ma qui giustamente il libro pone una prima interessante riflessione: la Polonia non si vide invasa da un solo aggressore, bensì da due, in quanto da est - solo 17 giorni dopo - entrarono le forze armate sovietiche, come da clausola segreta (resa pubblica solo nel dopoguerra) del celebre accordo Molotov-Ribbentrop, che specificatamente determinava in anticipo la spartizione dei territori polacchi tra le due sfere di appartenenza, qualora si fossero verificati “riassetti territoriali e politici” del paese.

Dunque è legittimo chiedersi: se la motivazione era la difesa del principio di sovranità di un altro paese aggredito, perché dichiarò guerra solo a una delle parti coinvolte nell’invasione? Lasciando in questo caso fuori dal proprio coinvolgimento l’Unione Sovietica?

A questa domanda si è data risposta che l’accordo tra Inghilterra e Polonia prevedeva l’intervento difensivo da parte britannica esclusivamente per aggressione da parte dell’attore tedesco, anche se, come giustamente indica il libro, viene meno il senso del trattato stesso. In secondo luogo, si è data anche una motivazione di natura morale ed etica, che potremmo trovare ancora più controversa: sappiamo quanti molti certamente ricalchino il secondo conflitto mondiale e le relative drammatiche sofferenze come male necessario per aver poi potuto estirpare il Nazismo dall’Europa, nello specifico impedire alle politiche di Hitler di sterminare gli ebrei. Bene, ma dovremmo allora interrogarci su quanto fosse morale da questo punto di vista la Polonia dei tempi, che anche durante l’occupazione tedesca e sovietica vide gruppi partigiani della propria resistenza falcidiare fuggitivi ebrei nelle foreste, qualora venissero trovati. Oltre questa importante incoerenza, il libro descrive la statualità polacca del tempo, che emersa come organismo indipendente dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, mantenne il suo status di democrazia parlamentare per soli 8 anni: infatti già nel 1926 un colpo di stato militare guidato dal maresciallo Pilusudski lo elevò in pratica a dittatore della Polonia, con relativa repressione delle forze all’opposizione ed elezioni successive solo di facciata. Come se non bastasse a cogliere il dubbio sulla reale vocazione etica e morale del paese da difendere, alla morte di Pilusudski l’esercito riuscì a mantenere il controllo, istituendo (udite) campi di concentramento dove vennero rinchiusi tutti i membri rastrellati dalle correnti antagoniste, tra i quali molti ebrei.

Vale la pena aggiungere che l’antisemitismo per la Polonia aveva radici ben più lontane e radicate, nella società: dibattiti di questo tipo erano all’ordine del giorno, e come giustamente riporta il libro: non serviva un vero e proprio impianto di norme discriminatorie, in quanto era vigente un sistema di apartheid generalizzato, che vedeva atti come quelli inerenti la Notte dei Cristalli scoppiare sistematicamente, all’interno della società polacca.

Da ultimo, riporterò che anche relativamente ai rapporti con i vicini la Polonia ai tempi non brillava particolarmente di luce morale: tra le due guerre mondiali condusse infatti 6 campagne militari contro l’Ucraina, la Lituania, la Cecoslovacchia e soprattutto l’Unione Sovietica (1919-1920) - per non parlare degli scontri al confine tra Germania e Slesia, fino al 1921.