L'Opzione Sansone e l'ambigua dottrina nucleare israeliana

Posted on Apr 4, 2026

La preoccupazione che io, come altri, ho espresso nel precedente post relativo al potenziale concretizzarsi di quello che si definisce Cigno Nero, all’interno dello scenario escalatorio in Medio Oriente - l’utilizzo in questo caso specifico di ordigni nucleari, tattici o meno, su suolo iraniano a seguito della percezione definitiva di essere ormai con le spalle al muro e di aver perso di conseguenza la propria condizione esistenziale, da parte d’Israele - in realtà avrebbe dovuto prevedere prima di parlare in modo più approfondito della dottrina nucleare israeliana: cercherò di mettere per scritto delle nozioni a riguardo, dato che l’argomento è senza dubbio complesso ma altrettanto necessario da analizzare per meglio comprendere quanto in realtà questa opzione sia purtroppo realisticamente auspicata, al momento, dai quadri militari e governativi israeliani.

Rappresenta un ben noto segreto di Pulcinella il fatto che Israele sia detentore di un non meglio specificato numero di testate nucleari - gli analisti puntano su un numero delle stesse teorizzato tra le 100 e le 250 (oltre a una quantità di plutonio sufficiente per produrne altre 200), ma ovviamente la natura opaca della dottrina non aiuta alla determinazione - all’interno del proprio arsenale, sviluppato e gradualmente modernizzato a partire dagli anni 60. In ambito internazionale è ormai ben risaputo da tutti gli attori, anche se manca totalmente l’ufficialità del possesso, legata precisamente all’effettuazione di test atomici, che solitamente sanciscono la direzione in questo senso del Paese in questione, assieme alla successiva delineazione ufficiale di una dottrina riportante gli specifici scenari che vedrebbero auspicabile l’impiego dell’arma nucleare da parte della nazione che ne è in possesso. La presente dottrina servirebbe proprio a questo: evitare ambiguità e rendere ben note le linee rosse stabilite - la percezione di una minaccia esistenziale, di trovarsi in trappola e/o vedersi arrecato un danno di grande entità - oltrepassate le quali ci si arroga il diritto di ricorrere alla soluzione più distruttiva e finale nei confronti della stessa minaccia individuata.

Si pensa che già all’epoca della Guerra dei Sei Giorni, nel 1967 quindi, Israele fosse stata in possesso di una versione estremamente grezza di due ordigni nucleari, seppure senza vettori con i quali avere la possibilità di lanciarli a distanza. Se l’andamento del conflitto avesse preso in quello scenario una brutta piega ai fini della percezione israeliana, gli ordigni sarebbero stati posizionati tramite camion, in modo poco raffinato, al confine con l’Egitto ed eventualmente fatti detonare (alcune fonti citano l’operazione come Spider): ecco che si delinea qui la famigerata Opzione Sansone, sulla quale sarà imperniata l’intera dottrina nucleare israeliana.

Nel migliore esempio di:

“Muoia Sansone con tutti i Filistei!”

Proveniente dagli scritti biblici, dove proprio Sansone, accecato e prigioniero, in un ultimo immane sforzo e non vedendo alcuna possibilità di vittoria, fa crollare il tempio dei Filistei uccidendo se stesso assieme a tutti i suoi nemici, in un atto di terribile vendetta finale. Ripetiamo quindi: una precisa situazione dove non si esita a danneggiare anche se stessi, nel tentativo di nuocere agli altri: invito tutti a ricollegare quanto appena detto anche in riferimento a un altro protocollo israeliano, che ne condivide la natura - la Direttiva Annibale, applicata durante i fatti del 7 Ottobre da parte delle forze armate israeliane, che ha visto impiegare “tutti i mezzi necessari” - sparare anche sui propri soldati - a costo d’impedire la cattura da parte del nemico. Israele più che come impiego classico legato alla deterrenza, userebbe il suo arsenale nucleare come ultima spiaggia, il che lo rende se possibile ancora più inquietante e legato al senso stesso - alla percezione, come abbiamo detto - di minaccia esistenziale agli occhi d’Israele stesso, unita al dubbio sulla reale portata della potenziale ritorsione, in questo caso.

A questo proposito, la stima delle 200 testate, più o meno, rappresenterebbe un numero insolitamente alto per un esclusivo impiego di questa natura…

Vale la pena riportare che Israele possiede la sua ben operativa triade nucleare, alla stregua di USA e Fed. Russa, ad esempio. Con questa definizione si indicano i tre principali strumenti che costituiscono l’arsenale nucleare di un Paese, cioè:

  1. Vettori balistici basati a terra, che siano su piattaforme mobili o silos fissi: Israele ha il proprio vettore missilistico sviluppato autonomamente, chiamato Jericho, che ha progressivamente migliorato e aggiornato dagli anni 70 fino ad arrivare all’attuale revisione III dello stesso, multi-stadio e dotato di capacità intercontinentale con una gittata tra 4.800 e 6.500 km - addirittura 11.500 km con carico minimo - e testate MIRV, vale a dire multiple ed indipendenti;

  2. Vettori balistici impiegati su sottomarini, direi molto importanti e critici nello specifico caso israeliano, in quanto l’estensione territoriale estremamente ridotta porterebbe pericolosamente a una potenziale saturazione delle risorse basate a terra, conservando invece in questo modo la possibilità di poter effettuare ritorsioni nucleari come 2nd strike (la ritorsione successiva a un primo letale attacco ricevuto) dal mare. La Marina israeliana è in possesso di sei sottomarini Classe Dolphin, pilastro della deterrenza nucleare pur non essendo a propulsione nucleare ma diesel-elettrici, finanziati e prodotti dalla Germania (cantieri ThyssenKrupp). Questi sono equipaggiati con missili da crociera Popeye, dotabili di testate convenzionali o nucleari, con una gittata stimata tra i 320 e i 1.500 km nella loro versione più aggiornata;

  3. Bombe o missili nucleari aviotrasportati, in quanto l’aviazione israeliana utilizza caccia F-15, F-16 e soprattutto F-35 attrezzati anche per il trasporto di armi nucleari, rendendoli vettori a doppia capacità.

Punto nevralgico del programma nucleare clandestino israeliano è la centrale di Dimona, risalente agli anni 50 e situata nel deserto del Negev, ufficialmente spacciata per impianto civile ma in realtà fucina dello sviluppo nucleare israeliano e sito strategico dove vengono stoccate le testate.

Il concetto di “proliferazione nucleare opaca” è stato coniato da Avner Cohen e Benjamin Frankel alla fine degli anni 80 nel loro studio “Opaque Nuclear Proliferation: Methodological and Policy Implications”: nel documento si individua il possesso senza l’ufficializzazione, della quale abbiamo già accennato, del dispositivo nucleare da parte di una nazione che proprio in virtù di questo ambiguo status può mantenere politiche di non proliferazione e richiederle espressamente ad altri attori della regione interessata, ad esempio. Esattamente il caso d’Israele che da decenni (basta fare una veloce ricerca in Rete sulle testate giornalistiche del periodo) istericamente (e funzionalmente al mantenimento della narrazione che più l’avvantaggia) punta il dito all’Iran, richiamando l’attenzione sulla fantomatica chiusura della finestra temporale a disposizione del nemico, prima che questo realizzi la bomba atomica diventando così un pericolo per tutti, nella regione e non.

Vengono teorizzati gli scenari che vedrebbero auspicabile l’opzione nucleare per Israele:

  1. Una forte e devastante penetrazione militare araba all’interno dei confini israeliani antecedenti alla guerra del 1967, la Guerra dei Sei Giorni;

  2. Il totale annichilimento dell’aviazione israeliana;

  3. Imponenti attacchi aerei o attacchi chimico-batteriologici sui centri urbani israeliani;

  4. L’impiego di armamenti nucleari su territorio israeliano.

Invito tutti a rileggere determinate dinamiche in atto adesso, tra Iran e Israele: il resiliente - oltre le aspettative d’Israele e USA - Iran ha dimostrato e sta dimostrando una capacità di ritorsione impressionante, per quanto estremamente mirata e studiata. Israele sta conoscendo una distruzione senza precedenti (nonostante la pesante censura militare stia arginando la fuoriuscita di testimonianze video-fotografiche dai siti degli impatti e dei relativi danni), e ugualmente anche tutte le basi e gli assets militari statunitensi nella regione, che si sono viste decimare rapidamente sotto la pioggia di droni e vettori balistici - strategicamente impiegati di livello tecnologico differente e misto - i costosissimi sistemi d’intercettazione e early warning, ormai nullificati e distrutti, constatando anche l’esaurimento del munizionamento di preziosi intercettori antimissile. Negli ultimi giorni abbiamo visto un grosso calo dei lanci missilistici da parte iraniana, e qualcuno superficialmente ha descritto questo come un segno di stanchezza, se non di razionamento dell’inventario missilistico, etc. - è ben più logico ricercarne la motivazione nel fatto che non esiste più alcuna difesa a destinazione in grado d’intercettare i missili lanciati e che quindi questi raggiungono per la grandissima parte il target anche con un numero complessivo più basso degli stessi, oltre a ribadire l’intelligente strategia di logoramento iraniana, che sa bene quanto non serva una pioggia continua dei propri vettori per disabilitare il proprio aggressore, ormai alle strette anche per altre motivazioni (vedi Stretto di Hormuz, perdita di credibilità globale e pressioni da parte delle monarchie del Golfo, unite alla sempre maggiore difficoltà nell’assicurarsi capacità di proiezione nel mondo). Detto questo, parte della motivazione dell’autolimitarsi iraniano (per quanto decisamente efficace, come già detto) è anche da ricercare proprio nell’impedire la percezione di sconfitta estrema da parte d’Israele, che potrebbe in tal caso scegliere di ricorrere all’Opzione Sansone, che è fortemente sul tavolo e che nessun attore, inclusi gli USA, riuscirebbe a far distogliere: l’Iran questo lo sa, ha ovviamente preventivato anche uno scenario di questo tipo, con la dichiarazione di persone addentro il sistema che hanno detto chiaramente che non si fermerebbero comunque, forti oltretutto della loro grandissima estensione territoriale e strutture strategiche pesantemente protette da diverse decine di metri di granito (anche 200 mt), sotterranee. Su Israele d’altro canto, tanto è ridotta la sua area territoriale che basterebbe logicamente molto meno dispendio per renderla inabitabile, se l’Iran avviasse una reale incontrollata campagna missilistica: ma questo ovviamente non viene evidenziato come merita, nel mainstream.