Il monito di Dresda nel 1945

Posted on Mar 8, 2026

Ci sono importanti considerazioni da fare sul drammatico e particolarmente feroce bombardamento alleato del 1945 su Dresda, in passato chiamata la “Firenze sull’Elba”, tanto era bella la vecchia città barocca, dopo aver letto il libro “Dresda - Sguardi dall’Apocalisse” e guardando alle molte testimonianze fotografiche in esso contenute.

Per l’operazione militare che vide congiunte nello sforzo bellico sia la RAF britannica, sia l’USAAF statunitense, vennero impiegati per la notte del 13 febbraio 729 bombardieri pesanti Avro Lancaster, assieme a 9 bimotori De Havilland Mosquito; per il successivo raid del 14 febbraio si vide la partecipazione dell’aviazione USA con 527 Boeing B-17 Flying Fortress, assieme a ben 784 caccia P-51 Mustang. Il carico standard marcato nelle bolle come “usual” prevedeva una bomba ad alto potenziale e senza appendici aerodinamiche, chiamata Blockbuster e del peso di quasi 2t (durante la seconda guerra mondiale arrivarono a esserne impiegati varianti da più di 5t), aventi queste lo scopo principale (come già di evince dal nome) di radere al suolo interi fabbricati se non isolati, assieme a 12 contenitori ospitanti 24 ordigni incendiari ciascuno. Un dispiegamento di forze davvero massivo e anomalo, soprattutto sproporzionato dato l’obiettivo della missione, che non prevedeva neanche e non ha infatti visto nessun contrasto da parte della Luftwaffe, l’aviazione tedesca, in quella zona: esisteva un campo militare più a nord, ma né questo né soprattutto snodi ferroviari e aree industriali, ubicate in periferia, furono designati come target dagli squadroni alleati “Pathfinder” aventi lo scopo di guidare le ondate e localizzare gli obiettivi, quindi non furono intaccati dagli enormi bombardamenti che nella quasi totalità sono stati concentrati proprio sulla città vecchia, la zona altamente urbanizzata e quindi abitata che meno, da un punto di vista meramente militare e strategico, avrebbe dovuto avere a che fare con la legittimazione di un attacco di questo tipo.

Aggiungiamo, a questo proposito, il fatto che 40 bombardieri, dopo aver perso la rotta, sganciarono erroneamente il loro carico di bombe su Praga, che invece sarebbe stato da aggiungere al drammatico totale di ordigni sganciati su Dresda, a peggiorare ulteriormente il grado di devastazione e annichilimento del centro abitato.

Quello che ci si aspettava da questa missione era un insolitamente alto e sproporzionato grado di distruzione, attentamente pianificato e non semplicemente risultato d’inattese congiunture dettate da vantaggiose condizioni meteorologiche e tipologia di costruzione dell’abitato particolarmente esposta al tipo di ordigno utilizzato. Possiamo ben dire, a proposito, che se qualche struttura industriale presente nel centro storico sia stata rasa al suolo all’interno della ben più generalizzata distruzione in loco, questo di certo non dona più senso alle proporzioni dell’operazione e del grado di accanimento raggiunto: si sarebbe trattato bensì di un effetto “collaterale”. Due pensieri adesso sulle reali e più realistiche motivazioni dietro questa operazione, come giustamente esposto nel libro: l’Armata Rossa di Stalin era fonte di preoccupazione per i quadri Alleati, in virtù del loro procedere in modo incessante e rapido verso Berlino - per gli Alleati troppo velocemente e con un alto grado di vittorie e successi militari, anche se pagati certamente con un alto prezzo in termini di vite umane (il più alto, ricordiamolo), che avrebbero rappresentato una troppo comoda leva negoziale per gli accordi postbellici tra le parti vincitrici del conflitto, oltre a rappresentare una potenziale sempre maggiore quantità di territorio europeo occupato dall’Unione Sovietica. La sensazione è che, al giorno d’oggi, non si parli mai abbastanza del cruciale ruolo antisovietico dimostrato soprattutto dal Regno Unito, con Churchill spiccato oltranzista in chiave antinazista ma non certo da meno in chiave per l’appunto antisovietica, nell’ottica di contenere e arginare il troppo successo guadagnato, seppure con il sangue, dall’Armata Rossa. Churchill stesso avrebbe ordinato il totale annichilimento di Dresda, come descrive il libro “sotto al naso dei sovietici” che erano a poche centinaia di km e che avrebbero “ammirato” da lontano il devastante inferno di fuoco creatosi con l’immane bombardamento incendiario (si dice visibile a 300 km di distanza). Un chiaro messaggio intimidatorio ai danni di Stalin e della troppa sua confidenza nei propri mezzi, in modo da ristabilire una forma di deterrenza e farlo vacillare in sede di accordo postbellico sulla spartizione dei territori occupati e sulla relativa amministrazione degli stessi.

Gli equipaggi stessi delle formazioni avvertirono qualcosa di anomalo e inquietante, in sede di preparazione alla missione e nell’attuazione delle stessa: questa non poteva essere considerata una missione di routine, come troppo spesso si è tentato di legittimarla e normalizzarla in saggi postbellici. Andava ben oltre il triste carico di morti collaterali alle quali ogni equipaggio aveva imparato a far fronte e includere tra le gravose responsabilità del proprio incarico.

Possiamo individuare, come dice bene il libro, una duplice funzione in questa operazione militare ampiamente dibattuta e fronte di scontro storico ancora oggi: una funzione manifesta, il tentativo di legittimare la missione di bombardamento con l’identificazione e distruzione di obiettivi nemici sensibili a livello strategico come importanti infrastrutture industriali, snodi logistici, basi operative, etc. - come abbiamo già detto, non designate invece come target per i bombardieri e illogicamente risparmiati - e una funzione latente, cioè quella della dimostrazione, ai danni della percezione di sicurezza sovietica, di quello che è possibile ottenere dalle formazioni Bomber Command alleate in una sola notte di bombardamento: la cancellazione dalle mappe di un’intera città, in modo spregiudicato e totalmente sproporzionato, con un dispiegamento di forze inaudito - chiaro messaggio verso gli “alleati” sovietici, a intendere che potenzialmente avrebbero potuto fare lo stesso con una loro città, sempre a lunga distanza operativa.

Concludo con la segnalazione di un importante e poco noto particolare: l’Armata Rossa, al contrario delle previsioni alleate, entrò nella devastata Dresda solo l'8 Maggio dello stesso anno, anche se certamente il grado di distruzione ancora “fresco” fece il suo lavoro, sullo sguardo testimone delle truppe. Prima di quella data, a ostilità terminate, l’esercito americano poteva già entrare a Dresda ma fu bloccato da Churchill, che voleva strenuamente fosse occupata dai sovietici, in modo da far constatare loro per primi il grado di distruzione raggiunto, sempre con il fine di “monito” psicologico. Possiamo ben affermare che è proprio nel triste teatro di Dresda che si delinea quello che sarebbe stato il nuovo tipo di guerra da lì in avanti, la Guerra Fredda, successivamente riconfermata dagli sganci degli ordigni nucleari americani su Hiroshima e Nagasaki, in Giappone, sempre in chiave funzionale al monito verso l’ex (ormai) alleato sovietico e presto nuovo antagonista principale nello scacchiere globale postbellico.