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[Assopace Palestina] Palestina: quando il carnefice viene insediato come “pacificatore”

Inviato: 20 feb 2026, 16:35
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di Jamal ZakoutAl Quds, 20 febbraio 2026.   ImmagineJamal Zakout Il pericolo più grave che il popolo palestinese deve affrontare oggi non è solo il protrarsi della guerra, ma anche l’inganno calcolato di chiamare “pace” questa guerra. Gaza viene distrutta ogni giorno. I bambini continuano a essere uccisi, i civili sono costretti ad abbandonare le loro case, gli ospedali e le scuole sono presi di mira, l’elettricità, l’acqua, il cibo e ogni mezzo essenziale per la sopravvivenza sono sotto assedio. La popolazione è lasciata alla fame, alle malattie e alla morte in quello che equivale al più eclatante genocidio dalla Seconda Guerra Mondiale. Nel frattempo, in Cisgiordania, la terra è presa di mira attraverso l’annessione e la popolazione attraverso la reclusione in enclave separate: le loro città e proprietà vengono giudaizzate, la loro terra e i loro mezzi di sussistenza espropriati, e le condizioni stesse della vita quotidiana smantellate attraverso chiusure, restrizioni e politiche economiche soffocanti. Allo stesso tempo, Donald Trump, il criminale implicato in questi crimini e ricercato dalla giustizia internazionale, viene presentato come un “pacificatore”, come se lo sterminio di un popolo potesse essere mascherato da un titolo fraudolento. Si tratta della più grande frode morale dell’era contemporanea: il carnefice viene presentato come un salvatore che porta una falsa promessa di pace – che è essa stessa un’illusione ancora più profonda – mentre in realtà continua a perpetrare violazioni, uccisioni e atti di distruzione. Tutto questo si svolge parallelamente a un processo accelerato di frammentazione territoriale e rappresentativa, supervisionato sotto la falsa maschera di un cosiddetto “Board of Peace”. Ciò che è in atto non è solo la distruzione della Palestina, ma un attacco alle fondamenta stesse del diritto internazionale e alla salvaguardia della pace e della sicurezza internazionali in un mondo che viene rimodellato per funzionare senza giustizia. Questa frode internazionale è duplice. In primo luogo, cerca di nascondere il crimine mascherando il colpevole con il linguaggio della pace, fabbricando l’illusione di una soluzione politica o di una gestione autentica del conflitto mentre il genocidio procede, nonostante le proteste che un tempo riempivano le capitali e le città del mondo. In secondo luogo, invece di essere chiamato a rispondere delle sue azioni, il colpevole viene riabilitato e insignito del titolo di pacificatore, mettendo le vittime in una posizione impossibile e relegandole a vittime secondarie all’interno di un discorso globale fuorviante. Questa deviazione non è solo una manovra politica o una manipolazione semantica; costituisce un crimine morale e storico che distorce i valori e la giustizia fino a quando il potere diventa la misura del giusto e l’ingiustizia viene commercializzata come legittimità. In Palestina, questo inganno è palesemente evidente. La manovra di Trump non è stata altro che uno stratagemma per aggirare l’opinione pubblica internazionale, un’opinione che aveva iniziato a disturbare la sua amministrazione, che rimane pienamente impegnata in accordi per la cancellazione politica del futuro palestinese come preludio alla subordinazione dell’intera regione. La politica senza giustizia degenera nella gestione del potere piuttosto che nella rivendicazione dei diritti o nella protezione degli esseri umani. Normalizza il crimine, oscura l’uccisione e rimodella la coscienza pubblica fino a rendere tollerabile la catastrofe quotidiana. Il successo a scapito del diritto non è forza, ma bancarotta morale e storica. La Realpolitik che giustifica il crimine in nome della sopravvivenza o della stabilità è una politica senza direzione, senza spirito e senza legittimità etica. Qui sta la responsabilità dei popoli: coloro che acconsentono, rimangono in silenzio, razionalizzano o tendono la mano all’uccisione diventano complici del crimine e custodi della deviazione morale e storica. La giustizia è il presupposto della pace e la fonte della legittimità politica. Qualsiasi autorità priva di equità manca di potere persuasivo, e la violenza emerge quando la legittimità non riesce a convincere i governati. In Palestina, l’assenza di giustizia non è solo ingiustizia; è terreno fertile per il genocidio e una politica sistematica volta all’eliminazione di un intero popolo, resa possibile da una graduale complicità globale in nome degli interessi o da un tacito assenso. Quando la coscienza morale crolla, i diritti non vengono immediatamente aboliti, ma ridefiniti. La vittima diventa un fascicolo di sicurezza, la richiesta di responsabilità viene bollata come intransigenza, la necessità viene elevata a valore supremo e le vittime sono tenute in ostaggio da una narrativa globale ingannevole. Non si tratta semplicemente di un cambiamento linguistico, ma di una riorganizzazione della coscienza pubblica e del conferimento di legittimità alle violazioni. L’assenza di giustizia genera un ciclo perpetuo di violenza e trasforma la vita quotidiana in un inferno istituzionalizzato. La pace non è semplicemente l’assenza di combattimenti; è la presenza di un ordine politico e giuridico in cui gli esseri umani sono visibili e riconosciuti, un ordine che salvaguarda i loro diritti e la loro dignità. Separare la politica dalla giustizia riduce la governance alla gestione di interessi privi di valore umano, fondati sulla coercizione piuttosto che sul consenso volontario. La realtà più pericolosa che i palestinesi devono affrontare oggi non è solo il protrarsi della guerra, ma la normalizzazione dell’inversione morale: proteggere il carnefice in nome del realismo, esigere pazienza dalla vittima in nome della stabilità e ridefinire la pace senza porre fine al crimine e senza ritenere responsabili coloro che opprimono. Una politica che protegge il potere a scapito del diritto può gestire temporaneamente la situazione, ma perde la sua legittimità morale e storica. La giustizia rinviata non scompare, ma ritorna come una questione più urgente che riguarda l’umanità nel suo complesso. Denominare le cose in modo errato non è neutralità, è partecipare alla creazione di un’illusione letale. Una pace che non ferma le uccisioni, non riconosce le responsabilità e non restituisce dignità alle vittime non è affatto pace, ma una cortese amministrazione del genocidio e dell’annientamento politico. La responsabilità dei popoli è inequivocabile: coloro che acconsentono, rimangono in silenzio o distolgono lo sguardo in nome del proprio stato o dei propri interessi diventano testimoni – e responsabili – della distruzione di un popolo davanti al tribunale della coscienza globale e della storia. La cosa più pericolosa di tutte è che trascurare la centralità della giustizia, anche in Palestina, non è un’ingiustizia transitoria, ma il presagio di un futuro globale oscuro: un mondo governato dalla forza senza lo standard del diritto, dove le violazioni sistematiche diventano strumenti di legittimità contraffatta e si diffonde una cultura che razionalizza l’oppressione in nome degli interessi o della sicurezza. Qualsiasi compromesso con la giustizia genera oggi crisi morali e politiche durature domani, lasciando l’umanità prigioniera di un nuovo ciclo di violenza in cui il male diventa normalizzato e i concetti stessi di diritto e dignità vengono perduti per le generazioni a venire. La domanda che il mondo si pone oggi è chiara: è il potere a definire il diritto o è il diritto a conferire legittimità al potere? In Palestina, la risposta determinerà se ci troviamo alle soglie di una pace autentica o di una più profonda regressione morale e storica, dello sterminio di un popolo nella memoria dell’umanità e di un mondo che raccoglierà i frutti del disprezzo della giustizia ovunque. Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.

Source: https://www.assopacepalestina.org/2026/ ... ificatore/