[Assopace Palestina] Malak Mattar. A Gaza non tutti i colori sono perduti
Inviato: 30 gen 2026, 23:54
di Stefano Nanni, Altreconomia, 1° novembre 2025. La pittrice, a soli 25 anni, è considerata tra le artiste palestinesi più influenti. Dalla prima mostra nella Striscia, alle prestigiose gallerie di tutto il mondo: un viaggio per onorare la sua terra, denunciando il genocidio culturale in corso.
Malak Mattar © Thomas Holland Il 6 ottobre 2023, dopo aver fatto le valigie nella sua casa di Gaza City, Malak Mattar ha abbracciato la madre e i fratelli senza sapere che non li avrebbe rivisti per molto tempo. Laureata all’Università Aydin di Istanbul e vincitrice di una borsa di studio per un master in Belle arti al Central Saint Martin di Londra, è partita poche ore prima che la guerra devastasse di nuovo Gaza. “Allora pensavo solo a che tipo di artista sarei diventata, non al fatto che la mia terra sarebbe stata distrutta”, racconta. Mattar, nata da rifugiati della Nakba del 1948 e cresciuta sotto occupazione militare israeliana, è oggi una delle più importanti artiste palestinesi contemporanee. Immersa sin da bambina nell’arte -suo zio Mohammed Musallam è un noto pittore ed ex-docente all’Università Al-Aqsa- ha iniziato presto a esibire le sue opere in ben dieci paesi oltre alla Palestina. Nel febbraio 2025 in Italia è stata pubblicata la traduzione della sua autobiografia per bambini “Una colomba nel cielo di Gaza” (edizioni Piemme) e la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha incluso nel libro pubblicato a maggio “Quando il mondo dorme” (edizioni Rizzoli) la storia di Mattar, che è l’autrice della copertina di quel libro così come del nuovo lavoro della Relatrice intitolato “A moon will rise from the darkness”. A ridosso delle grandi manifestazioni italiane di sostegno per la Palestina del 3 ottobre 2025 l’abbiamo incontrata per un’intervista. “Le immagini dall’Italia scaldano il cuore. Mi danno segnali di un mondo più consapevole, ma al tempo stesso non riesco a smettere di pensare a casa mia, a Gaza”. A proposito di solidarietà internazionale, a settembre, Mattar è stata anche la direttrice artistica di “Together for Palestine”, un concerto svoltosi a Wembley e considerato il più grande evento di questo tipo mai svoltosi nel Regno Unito. Mattar, perché è stato così importante quel concerto per la narrativa palestinese? MM È stata trasformativa: mi ha fatto capire il potere e l’influenza degli artisti e che, se si vuole, si può fare molto per la Palestina, anche contro le politiche dei governi. Da direttrice artistica ho portato sul palco i dipinti che mi hanno formata da bambina. Presentare al pubblico mondiale opere di artisti come Laila Shawa o Suleiman Mansoor ha trasformato il concerto in un paesaggio palestinese, non solo visivo ma narrativo, con musicisti, scrittori e attori palestinesi e internazionali uniti nel raccontare la resistenza dal nostro punto di vista. Alla fine di ogni giornata, però, alla lettura del resoconto di altre centinaia di morti -di cui la metà bambini- tornava la consapevolezza che la strada per porre fine al genocidio sarebbe stata ancora lunga.
L’opera di Malak Mattar “No words” © Malak Mattar Molta della sua arte nasce proprio durante la sua infanzia e adolescenza. MM Sono cresciuta circondata da opere d’arte sia occidentali -come i quadri di Van Gogh, Leonardo da Vinci, Picasso, che mio zio materno riportava dai suoi viaggi- sia della tradizione araba. Ricordo l’odore della pittura ad olio che usava: l’ho sempre considerato un mago per la sua capacità di trasformare tele bianche in qualcosa di meraviglioso. Ma anche la guerra ha influenzato la mia formazione. Nel 2014, a 14 anni, i bombardamenti israeliani mi hanno fatto credere che sarebbe arrivata la morte anche per me, dopo aver visto morire il mio vicino di casa. Quindi l’arte è diventata sia una via di fuga sia un potente strumento di resistenza. Ancora oggi, la prima mostra a Gaza, a 15 anni, resta per me la più importante perché è stata un momento di affermazione ma anche di forte legame con la mia comunità. Per tutto ciò sono grata alla mia famiglia che mi ha sempre supportato, soprattutto quando a 17 anni ho lasciato Gaza per andare a studiare a Istanbul, fatto non scontato per le norme conservatrici della nostra società. Il giorno dopo la sua partenza da Gaza è iniziato il genocidio, mentre a livello personale è cominciato un percorso che l’ha portata a essere chiamata la “Picasso palestinese”. Come è stato vivere questi ultimi due anni? MM Sono cresciuta in una famiglia in cui non si festeggiano i successi personali quando il resto della comunità soffre. Ad oggi l’80% del patrimonio culturale di Gaza è stato completamente cancellato: siamo di fronte a un genocidio culturale delle e degli artisti che, come i giornalisti, vengono uccisi per il lavoro che fanno oltre che per il solo fatto di essere palestinesi. Tra questi voglio ricordare Mahasen Al Khatib, un’illustratrice digitale straordinaria, di soli vent’anni che ogni giorno ci aggiornava su come avrebbe caricato il suo iPad sotto i bombardamenti nel Nord di Gaza da cui si rifiutò di andare via, pagando poi con la sua vita. Con la mia arte ho la responsabilità di onorare lei e tutti gli altri e sento di doverlo fare mantenendo il pieno controllo del mio lavoro. Spesso alcuni dei miei disegni vengono criticati perché mancano di gioia e speranza ma questo è il momento più oscuro della nostra storia, dobbiamo rappresentarlo per ciò che è. Il suo straordinario successo si è scontrato più volte con censura e discriminazioni. Come è riuscita a superarle? MM È stato traumatico arrivare nel Regno Unito dove ho trovato così tanta esitazione nel condannare Israele e nel chiedere almeno un cessate il fuoco. Più volte ho sperimentato il razzismo di persone più preoccupate dei sentimenti degli oppressori rispetto alla vita degli oppressi. Ho dovuto lottare affinché la mia prima mostra al college, neanche pubblicizzata, durasse almeno per il weekend perché mi avevano concesso un solo giorno. Alla preside ho chiesto più volte di esprimersi sull’orrore di Gaza e invece mi è sempre stato detto che “come scuola non prendevano posizioni politiche”. L’apice è stato quando alla mostra di fine anno, alla mia installazione in cui ritraggo un’irruzione dell’IDF in una casa palestinese, ho aggiunto un dipinto di quattro metri dal titolo “Fame” in cui dietro ho scritto a caratteri cubitali: “La mia famiglia viene affamata da Israele”. L’avevo preparato pochi giorni prima, furiosa dopo che mio padre da Gaza mi aveva detto che non avevano nulla da mangiare. Lo staff della scuola ha prima cercato di rimuovere la scritta, per poi affiggere di fianco al mio lavoro due avvisi di “scene esplicite di violenza”, raccomandando l’accompagnamento per i minorenni. La cosa assurda era che accanto al mio lavoro c’era un’opera con nudi e atteggiamenti sessuali espliciti e non hanno messo alcun avvertimento. Questa esperienza, seppur estenuante, mi ha resa un’artista più audace, senza paura di affrontare l’ingiustizia e le discriminazioni. Ma voglio sottolineare anche il coraggio e la solidarietà di tanti studenti, anche più giovani di me, che hanno manifestato e fatto pressioni sul college. È questo ciò che mi dà speranza, c’è una nuova generazione nel mondo che ha fame di giustizia e cambiamento e che, ad esempio in Italia, si ispira a persone di grande spessore morale come Luisa Morgantini e Francesca Albanese.
Un’installazione di Mattar al Central Saint Martin di Londra ritrae l’irruzione di soldati israeliani in una casa palestinese © Malak Mattar Tra i suoi dipinti quale sceglierebbe per farne una mostra a Gaza in futuro? MM Ce ne sarebbero tanti che mi vengono in mente ma credo che darei priorità a due cose. La prima: qualsiasi lavoro dovrà sicuramente omaggiare tutte le persone amate che abbiamo perso, con una dedica particolare a coloro che sono morti al servizio della nostra terra, soprattutto il personale di soccorso e della protezione civile che a fronte del numero di persone salvate penso non sia stato abbastanza onorato. Qualunque cosa si faccia poi dovrà essere un lavoro collettivo. C’è una nuova generazione di artisti palestinesi che sta emergendo dal genocidio, dimostrando che ci sono ancora colori che non sono andati perduti. https://altreconomia.it/malak-mattar-a-gaza-non-tutti-i-colori-sono-perduti/
Source: https://www.assopacepalestina.org/2026/ ... o-perduti/
Malak Mattar © Thomas Holland Il 6 ottobre 2023, dopo aver fatto le valigie nella sua casa di Gaza City, Malak Mattar ha abbracciato la madre e i fratelli senza sapere che non li avrebbe rivisti per molto tempo. Laureata all’Università Aydin di Istanbul e vincitrice di una borsa di studio per un master in Belle arti al Central Saint Martin di Londra, è partita poche ore prima che la guerra devastasse di nuovo Gaza. “Allora pensavo solo a che tipo di artista sarei diventata, non al fatto che la mia terra sarebbe stata distrutta”, racconta. Mattar, nata da rifugiati della Nakba del 1948 e cresciuta sotto occupazione militare israeliana, è oggi una delle più importanti artiste palestinesi contemporanee. Immersa sin da bambina nell’arte -suo zio Mohammed Musallam è un noto pittore ed ex-docente all’Università Al-Aqsa- ha iniziato presto a esibire le sue opere in ben dieci paesi oltre alla Palestina. Nel febbraio 2025 in Italia è stata pubblicata la traduzione della sua autobiografia per bambini “Una colomba nel cielo di Gaza” (edizioni Piemme) e la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha incluso nel libro pubblicato a maggio “Quando il mondo dorme” (edizioni Rizzoli) la storia di Mattar, che è l’autrice della copertina di quel libro così come del nuovo lavoro della Relatrice intitolato “A moon will rise from the darkness”. A ridosso delle grandi manifestazioni italiane di sostegno per la Palestina del 3 ottobre 2025 l’abbiamo incontrata per un’intervista. “Le immagini dall’Italia scaldano il cuore. Mi danno segnali di un mondo più consapevole, ma al tempo stesso non riesco a smettere di pensare a casa mia, a Gaza”. A proposito di solidarietà internazionale, a settembre, Mattar è stata anche la direttrice artistica di “Together for Palestine”, un concerto svoltosi a Wembley e considerato il più grande evento di questo tipo mai svoltosi nel Regno Unito. Mattar, perché è stato così importante quel concerto per la narrativa palestinese? MM È stata trasformativa: mi ha fatto capire il potere e l’influenza degli artisti e che, se si vuole, si può fare molto per la Palestina, anche contro le politiche dei governi. Da direttrice artistica ho portato sul palco i dipinti che mi hanno formata da bambina. Presentare al pubblico mondiale opere di artisti come Laila Shawa o Suleiman Mansoor ha trasformato il concerto in un paesaggio palestinese, non solo visivo ma narrativo, con musicisti, scrittori e attori palestinesi e internazionali uniti nel raccontare la resistenza dal nostro punto di vista. Alla fine di ogni giornata, però, alla lettura del resoconto di altre centinaia di morti -di cui la metà bambini- tornava la consapevolezza che la strada per porre fine al genocidio sarebbe stata ancora lunga.
L’opera di Malak Mattar “No words” © Malak Mattar Molta della sua arte nasce proprio durante la sua infanzia e adolescenza. MM Sono cresciuta circondata da opere d’arte sia occidentali -come i quadri di Van Gogh, Leonardo da Vinci, Picasso, che mio zio materno riportava dai suoi viaggi- sia della tradizione araba. Ricordo l’odore della pittura ad olio che usava: l’ho sempre considerato un mago per la sua capacità di trasformare tele bianche in qualcosa di meraviglioso. Ma anche la guerra ha influenzato la mia formazione. Nel 2014, a 14 anni, i bombardamenti israeliani mi hanno fatto credere che sarebbe arrivata la morte anche per me, dopo aver visto morire il mio vicino di casa. Quindi l’arte è diventata sia una via di fuga sia un potente strumento di resistenza. Ancora oggi, la prima mostra a Gaza, a 15 anni, resta per me la più importante perché è stata un momento di affermazione ma anche di forte legame con la mia comunità. Per tutto ciò sono grata alla mia famiglia che mi ha sempre supportato, soprattutto quando a 17 anni ho lasciato Gaza per andare a studiare a Istanbul, fatto non scontato per le norme conservatrici della nostra società. Il giorno dopo la sua partenza da Gaza è iniziato il genocidio, mentre a livello personale è cominciato un percorso che l’ha portata a essere chiamata la “Picasso palestinese”. Come è stato vivere questi ultimi due anni? MM Sono cresciuta in una famiglia in cui non si festeggiano i successi personali quando il resto della comunità soffre. Ad oggi l’80% del patrimonio culturale di Gaza è stato completamente cancellato: siamo di fronte a un genocidio culturale delle e degli artisti che, come i giornalisti, vengono uccisi per il lavoro che fanno oltre che per il solo fatto di essere palestinesi. Tra questi voglio ricordare Mahasen Al Khatib, un’illustratrice digitale straordinaria, di soli vent’anni che ogni giorno ci aggiornava su come avrebbe caricato il suo iPad sotto i bombardamenti nel Nord di Gaza da cui si rifiutò di andare via, pagando poi con la sua vita. Con la mia arte ho la responsabilità di onorare lei e tutti gli altri e sento di doverlo fare mantenendo il pieno controllo del mio lavoro. Spesso alcuni dei miei disegni vengono criticati perché mancano di gioia e speranza ma questo è il momento più oscuro della nostra storia, dobbiamo rappresentarlo per ciò che è. Il suo straordinario successo si è scontrato più volte con censura e discriminazioni. Come è riuscita a superarle? MM È stato traumatico arrivare nel Regno Unito dove ho trovato così tanta esitazione nel condannare Israele e nel chiedere almeno un cessate il fuoco. Più volte ho sperimentato il razzismo di persone più preoccupate dei sentimenti degli oppressori rispetto alla vita degli oppressi. Ho dovuto lottare affinché la mia prima mostra al college, neanche pubblicizzata, durasse almeno per il weekend perché mi avevano concesso un solo giorno. Alla preside ho chiesto più volte di esprimersi sull’orrore di Gaza e invece mi è sempre stato detto che “come scuola non prendevano posizioni politiche”. L’apice è stato quando alla mostra di fine anno, alla mia installazione in cui ritraggo un’irruzione dell’IDF in una casa palestinese, ho aggiunto un dipinto di quattro metri dal titolo “Fame” in cui dietro ho scritto a caratteri cubitali: “La mia famiglia viene affamata da Israele”. L’avevo preparato pochi giorni prima, furiosa dopo che mio padre da Gaza mi aveva detto che non avevano nulla da mangiare. Lo staff della scuola ha prima cercato di rimuovere la scritta, per poi affiggere di fianco al mio lavoro due avvisi di “scene esplicite di violenza”, raccomandando l’accompagnamento per i minorenni. La cosa assurda era che accanto al mio lavoro c’era un’opera con nudi e atteggiamenti sessuali espliciti e non hanno messo alcun avvertimento. Questa esperienza, seppur estenuante, mi ha resa un’artista più audace, senza paura di affrontare l’ingiustizia e le discriminazioni. Ma voglio sottolineare anche il coraggio e la solidarietà di tanti studenti, anche più giovani di me, che hanno manifestato e fatto pressioni sul college. È questo ciò che mi dà speranza, c’è una nuova generazione nel mondo che ha fame di giustizia e cambiamento e che, ad esempio in Italia, si ispira a persone di grande spessore morale come Luisa Morgantini e Francesca Albanese.
Un’installazione di Mattar al Central Saint Martin di Londra ritrae l’irruzione di soldati israeliani in una casa palestinese © Malak Mattar Tra i suoi dipinti quale sceglierebbe per farne una mostra a Gaza in futuro? MM Ce ne sarebbero tanti che mi vengono in mente ma credo che darei priorità a due cose. La prima: qualsiasi lavoro dovrà sicuramente omaggiare tutte le persone amate che abbiamo perso, con una dedica particolare a coloro che sono morti al servizio della nostra terra, soprattutto il personale di soccorso e della protezione civile che a fronte del numero di persone salvate penso non sia stato abbastanza onorato. Qualunque cosa si faccia poi dovrà essere un lavoro collettivo. C’è una nuova generazione di artisti palestinesi che sta emergendo dal genocidio, dimostrando che ci sono ancora colori che non sono andati perduti. https://altreconomia.it/malak-mattar-a-gaza-non-tutti-i-colori-sono-perduti/ Source: https://www.assopacepalestina.org/2026/ ... o-perduti/