Il tema è assolutamente controverso e le accuse vanno prese con le pinze, tuttavia le testimoni, come si dice, ci “mettono la faccia” e non risparmiano di fare nomi e cognomi. A parte Anneke Lucas, che qui come in un suo noto memoriale mette sotto accusa l’intero establishment belga (dall’ex primo ministro Paul Vanden Boeynants alla famiglia reale), compaiono altre donne, alcune addirittura indicate “senza nome” perché finite nella réseau fin da bambine, con certificati di nascita falsificati per poterle trafficare più facilmente. Il tono del documentario è purtroppo eccessivamente “cinematografico” ed è difficile fare ricerche a partire dalle fonti (in verità inesistenti) offerte da queste testimonianze: esse sono molto épatant, ma non sono dovutamente accompagnate da una solida ricerca giornalistica e (seppur non assolutamente necessaria) da qualche appiglio a livello penale e giudiziario. Ad ogni modo, sono racconti che colpiscono, soprattutto nell’evidenziare un fil rouge rappresentato dal “ritualismo” con cui agiscono queste reti. Per esempio, la madre di una ragazza “uccisa indirettamente dalla pedocriminalità” (anche qui, non è dato di sapere cosa sia effettivamente successo, se la donna si sia suicidata per il dolore o se si sia trattato di un qualcosa di “indotto”…) mostra dei disegni di bambini in cui affiorano reminiscente di oscure liturgie atte ad accompagnare la violenza.

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